Ilaria

La partita più difficile.

Gennaio 2011. Papà mi portò al pronto soccorso perché, tornata a casa da scuola, sentii un peso nella pancia; inizialmente sospettarono fosse appendicite perciò decisero di operarmi in laparoscopia per poi scoprire sotto i ferri che si trattava di una ciste emorragica all’ovaio destro. Trascorsi una settimana in ospedale, dove mi fecero tutti i relativi controlli, dopodiché ritornai alla mia vita di tutti i giorni, anche se gli esami del sangue non erano ancora perfettamente a posto.

Speravo che la mia parentesi ospedaliera si chiudesse lì ma mi sbagliavo. E, infatti, il ventiquattro febbraio, mentre mi preparavo per andare a scuola, iniziò a girarmi la testa, la vista si annebbiò, persi completamente il controllo del mio corpo fino a cadere a terra e con la poca lucidità che avevo riuscii a chiamare papà. Poco dopo ero nuovamente in ospedale ma stavolta la situazione non era per niente bella, lo capivo dallo sguardo dei medici e da come guardavano increduli gli schermi che mostravano la mia pancia.

La mattina seguente ero in ambulanza, in viaggio verso Padova. Ancora non riuscivo a capire la gravità della situazione, sentivo un peso, un peso enorme nella pancia che mi faceva svenire ogni volta che andavo in bagno e che mi faceva salire la febbre a quaranta quasi ogni sera, non potevo vedere i miei amici perché ero lontana da casa e ovviamente vedevo ancora più lontana la possibilità di riprendere la mia amata pallavolo.

Finalmente la dottoressa si decise a parlarmi, e scoprii che il peso enorme che sentivo era una massa tumorale di quattro cm nell’ovaio destro. Mi sottoposi così all’intervento che mi tolse l’ovaio malato e, successivamente, venni spostata nel reparto di Oncoematologia Pediatrica.

Quando entrai in quel reparto, mi sembrava di essere in un altro mondo, non capivo perché mi trovassi lì e perché stesse capitando proprio a me. Quella sera stessa il primario mi convocò nel suo ufficio con tutta l’equipe di medici e i miei genitori e mi diede la diagnosi: “tumore a cellule germinali dell’ovaio destro con inizio metastasi”. L’operazione non era bastata, dovevo affrontare anche quattro cicli di chemioterapia. Più il primario parlava più mi sembrava un incubo: non poteva essere vero, ma purtroppo niente di tutto ciò era frutto della mia immaginazione e me ne accorsi quando, uscita da quell’ufficio, vidi mio fratello tirare calci alle sedie e mia mamma, mio papà e mio zio guardarmi con gli occhi lucidi come mai prima in vita mia.

Da lì iniziava la partita più difficile della mia vita: il primo passo è stato crearmi una bella tifoseria composta oltre che dalla mia famiglia anche dai miei amici, dai miei compagni di scuola, dalla mia allenatrice, dalle mie compagne di squadra e anche dai professori perché il mio avversario doveva sapere che non

 

ero sola, che non provavo vergogna. Il cancro mi toglieva i miei amati capelli pian piano, la mia faccia diventava ogni giorno sempre più gonfia, il mio fisico era sempre più debole dopo ogni ciclo di chemio ma la mia voglia di vincere era più forte di tutto. Non c’è stato un giorno in cui io abbia pensato di mollare, il cancro non mi poneva limiti ma anzi io li ponevo a lui, perché cercavo di vivere la mia quotidianità di sempre, scherzando, giocando, uscendo e andando a scuola sempre con la mia parrucca e la mia mascherina.

Alla fine ho vinto io, a giugno 2011 il tumore non c’era più ed io tornavo a vivere, niente e nessuno mi avrebbe più fermata nei miei obbiettivi, la mia vita da lì in poi è stata sempre in salita, e se in passato l’ho tanto odiato, a cinque anni di distanza posso solo dire GRAZIE perché mi ha reso la piccola, grande donna che sono oggi, a cui nulla fa più paura.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s