Simona

Il peso della valigia.

Mi è capitato molte volte di sentire alla radio questa canzone: “Il peso della valigia”. Più l’ascoltavo più mi rendevo conto che suonava perfettamente per la mia vita in quel periodo.

Mi chiamo Simona e durante l’estate dei miei vent’anni mi è stato diagnosticato un tumore. Il mio errore biologico è la valigia, e tutto quello che ne è conseguito è il peso che insieme ai miei cari ho dovuto trascinare, senza ruote, per nove lunghi mesi. Sì, era meglio una gravidanza forse.

Il ritornello della canzone riporta poche semplici parole: “Sole, pioggia, neve e tempesta – sui tuoi capelli e nella tua testa” ed ecco riassunto tutto il mio percorso. Era il ventisette agosto 2014 quando per la prima volta ho sentito il termine Macroadenoma Ipofisario. La risonanza non lasciava dubbi all’immaginazione: era lì, vicino all’occhio bello grosso che lentamente mi stava portando via vista ed energie. Una tempesta nella mia testa. Faceva paura l’idea di un tumore al cervello, ma sembrava così facile da superare. Un’operazione per rimuoverlo e via. Tornavo come nuova (o quasi).

Quello che mi è venuto in mente in quei pochi attimi non si può descrivere. Sono bastate due semplici parole per demolire tutto quel poco che di certo mi ero costruita nella mia vita. Ho pianto, perché in quel momento non capivo perché stesse succedendo a me. Perché così. Perché a vent’anni. Quante cose ancora da fare e quante da vedere. Quanti rimpianti e quanti rimorsi. Tutto quello che hai vissuto ti passa davanti come se fossi seduto nella sala di un cinema e proiettassero il tuo film, ma quello non era il momento di piangere e buttarsi giù. Finite le lacrime, tirato un bel sospirone, ho preso tutto il coraggio che mi era venuto in quei minuti e l’ho messo nel mio “zainetto”. Da lì in poi iniziava una lunga scalata per la quale non mi ero preparata. Era una corsa contro il tempo, era una corsa per me stessa e per la mia esistenza. Qualsiasi sarebbe stato il mio destino io fino a quel momento dovevo vivere.

C’è voluto davvero poco per farmi capire che fino ad allora non avevo fatto altro che lamentarmi, dimenticando di apprezzare quello che avevo avuto il privilegio di avere. Mi lamentavo delle piccole cose, di piccoli problemi come i voti a scuola, il troppo studio. Quei problemi che per me sembravano normalissimi, in quel momento mi sono apparsi frivoli e stupidi. È sempre così: quando si tratta di una malattia o di un incidente scopriamo il vero senso della vita, dei beni che abbiamo e delle persone che ci circondano. Dal ventisette agosto in me era in corso una grande rivoluzione e muovevo i primi passi per raggiungere la vetta di quella montagna che in quel momento mi ero trovata davanti. Già da quel momento non ero più la stessa, ero determinata a vincere, superare quell’ostacolo e, perché no?, anche a sbatterci la testa ma non mi sarei mai fatta piegare da quella che chiamano la “malattia del secolo”.

Le vicissitudini negative si riescono a sconfiggere solo lottando, tirando fuori i pugni e stringendo i denti. Basta un attimo di debolezza ed esse ci spezzano come un filo d’erba secco.

La notizia del tumore aveva sconvolto tutti. Da lì in poi tutto si rimescolava e tutto sarebbe cambiato per sempre. Perché è così: che tu lo voglia o meno, un tumore ti cambia sia fisicamente sia mentalmente.

Dalla diagnosi passarono due settimane fatte di visite, analisi del sangue, dolori molto forti alla testa e decisioni. E alla fine tutto questo mi portò all’ospedale di Legnano dove operava uno dei migliori neurochirurghi specializzati in adenomi ipofisari. Il fatidico giorno sarebbe stato il diciannove settembre. Più di così il mio corpo non avrebbe retto il dolore. Più si avvicinava, più la mia paura saliva. Cercavo di non farlo vedere ma ero davvero tanto agitata. Ripetevo a me stessa che dovevo farlo se volevo tornare a stare bene e a una vita normale. La notte prima sono riuscita a dormire senza particolari incubi o problemi.

Alle cinque del mattino le prime luci dell’alba mi svegliarono. Mi sono seduta sul letto e con quel poco di vista che mi rimaneva ho guardato il sole che si levava nel cielo. Anche se l’ospedale si trovava in mezzo a un enorme prato, lo spettacolo che si presentava era molto bello. Aveva un qualcosa di magico. O forse ero semplicemente io che lo apprezzavo di più. Mille pensieri mi frullavano in testa: ci sarebbero state altre albe per me? Così, con le mie domande a farmi compagnia, mi sono preparata per la sala operatoria mentre aspettavo che arrivassero i miei genitori per salutarli. Quei minuti sono passati troppo in fretta per rendermene conto. Ma ero sempre lì da sola ad aspettare, con la camicia e le calze bianche.  Mamma e papà arrivarono pochi istanti prima che mi portassero via. Giusto il tempo di un saluto e di un bacio. Impossibile anche in quel momento trattenere le lacrime. Ho chiuso gli occhi, sdraiata sul lettino, perché ormai anche la vista era quasi del tutto sparita. Le due OSS che mi hanno portata in sala hanno cercato di rendere meno dura quella “passeggiata” facendomi ridere e distraendomi. Ormai non si poteva più tornare indietro. La retromarcia era bloccata e potevo solo guardare avanti. L’anestesista, vedendomi agitata, mi chiese: “Io sono un mago. Dimmi cosa vuoi sognare ed io esaudirò il tuo desiderio”. Non ci ho pensato due volte e ho risposto: “Voglio sognare il mare, quello che non ho potuto vedere quest’estate”. Ma non un mare qualunque. Nella flebo il medico aveva messo la costiera amalfitana. E così, mi sono addormentata prima ancora che me ne accorgessi.

L’operazione andò. Non si sa se bene o male. Mi sarei dovuta risvegliare verso mezzogiorno, in realtà quando i dottori mi hanno chiamato erano le due del pomeriggio. Sì, qualcosa forse non era andato come previsto. In quel momento, per quel poco che riuscivo a comprendere, poco m’importava di cosa fosse successo. Non potevo credere di aver di nuovo aperto gli occhi. Passai tutto il pomeriggio in sala risveglio, senza forze, da sola, piena di dolori. Volevo solo tornare in camera, bere un goccio d’acqua, esultare con la mia famiglia.

Dalle sette e mezzo del mattino tornai in stanza alle sei del pomeriggio, con il pensiero che i miei genitori fossero invecchiati di almeno cinquant’anni. Al mio ritorno trovai loro, i miei zii e mia nonna. Ero felice, ero circondata da persone che mi volevano bene e mi sembrava anche di vederci meglio. Da lì in poi era solo questione di riprendersi e tornare presto alla solita vita di tutti i giorni. Poco m’importava anche di quel piccolo residuo che i neurochirurghi non erano riusciti a togliere. Sapevo che non poteva essere una grande minaccia.

Da quella sera in poi gli infermieri concessero a mia mamma di restare con me la notte per aiutarmi e starmi vicino. La convalescenza durò meno di quanto mi aspettassi e dopo una settimana tornai a casa. Era dura riprendere a fare tutto, inevitabilmente l’operazione e la malattia avevano cambiato le mie capacità fisiche. I medici erano stati chiari: per evitare di subire traumi alla testa sarei dovuta restare a casa almeno per un mese e avere contatti con meno persone possibili. L’idea e la volontà di tornare a una vita normale stavano sfumando, ma niente ancora mi poteva fermare.

Nei giorni passati a casa mi portai avanti con lo studio e l’Università, cercando di non rimanere indietro per riuscire a dare gli esami e stare al passo con i miei compagni. Cercavo la compagnia delle mie amiche, leggevo tanto e guardavo film. Provavo a non abbattermi e a tenermi su con il morale come meglio credevo, ma il pensiero che non potevo avere la vita dei miei coetanei mi feriva parecchio. Mi sentivo a disagio e ancora mi tormentavano le mille domande sul perché fosse capitato proprio a me.

Il tempo scorreva e in un baleno arrivò il primo controllo post operatorio. I dottori mi trovavano bene ma io in fondo non mi sentivo proprio in forma. Da un po’ accusavo di nuovo quei forti mal di testa che mi avevano devastato durante l’estate. Sembrava un po’ di nevralgia che sarebbe passata con qualche pastiglia. Mi sono convinta a prendere quei farmaci solamente qualche giorno e fu da quel momento che su di me è piombato di nuovo il buio. Resistetti tre giorni e poi una mattina, convinta che se non avessi fatto nulla sarei morta, ho pregato mio papà che chiamasse Legnano per farmi aiutare. L’unica cosa che potevano fare era una TAC per controllare che non ci fosse nulla di strano. Una TAC dura pochi minuti, ma fu l’attesa seguente a essere di nuovo infinita. Il dottore pronunciò poche parole, pesanti come una casa: “C’è qualcosa che non ci convince. Dobbiamo ricoverarti”.

Entravo ancora in un tunnel che sembrava non avere uscita. Piansi di nuovo e quella volta ho creduto davvero che mi rimasse poco da vivere. Non avevo già sofferto abbastanza? Perché non potevo stare semplicemente bene? Il mio destino era in balìa di medici che non sapevano più come risolvere il mio problema. Rimasi una settimana ricoverata, passata tra risonanze, analisi del sangue, campi visivi. Ero imbottita di antidolorifici e nessuno era in grado di spiegarmi cosa stava succedendo. Parlavano di una patologia rara ma questo non aiutava a smorzare i miei dubbi. Finché finalmente, dopo più di un mese dall’operazione, arrivò l’esito dell’esame istologico. Fu direttamente il primario a parlarmene. Dovevo sottopormi a radioterapia. Il reparto di neurochirurgia si era già preoccupato di trasferirmi in un istituto più attrezzato a Milano. Fino a quel momento, per tornare al ritornello della canzone, avevo vissuto momenti di pioggia e momenti di sole.

E così arrivò anche il sei novembre, un giorno che non potrò mai dimenticare. La notte avevo dormito poco e niente e la sveglia aveva suonato troppo presto. Il tempo era grigio, non che fosse una novità. Le brutte notizie non arrivano mai con il sole. Un’ambulanza vecchia e puzzolente mi trasferì a Milano. Era come se mi avessero messo su una catapulta e lanciato dentro. L’impatto fu forte e sconvolgente. Mi ritrovai nell’atrio e poi in ascensore circondata da persone come me ma anche da pazienti senza capelli. La testa continuava a pulsare, un po’ per il male e un po’ per l’agitazione. Quell’ascensore pieno di vita, pieno di speranze e pieno di preghiere giunse al settimo piano.

Entrai in un mondo dalle pareti colorate e dai mille disegni: ecco il reparto di pediatria oncologica. Mi passò davanti una bimba molto piccola pelata. E piansi cercando di non farmi vedere dai miei genitori. Scoprii qualche minuto dopo che quella bimba era la mia compagna di stanza. Mi sedetti sul letto, mentre la pioggia batteva sul vetro della finestra. Ero sola, con gli occhi umidi, in attesa che qualcuno mi spiegasse cosa stava succedendo. Arrivarono due dottori. Vedendomi spaesata mi fecero una semplice domanda: “Tu sai perché sei qui?”. Io risposi con l’unica cosa di cui ero certa: “Sì, perché devo fare la radioterapia”. Sul viso della dottoressa apparve un sorriso quasi materno: “No, in realtà devi fare anche dei cicli di chemioterapia”.

Stentavo a crederci e mi appoggiai al letto per sorreggermi. Quella era la notizia che non aspettavo e per la quale non ero preparata abbastanza. Sentivo le vertigini e avevo smesso di chiedere al cielo le spiegazioni e attendere le risposte. Rimasi sola in quella stanza. Chiusi gli occhi e quando arrivò mia mamma glielo comunicai. Piangemmo tutte e due. Era una nuova lotta cui nessuno aveva mai pensato e che nessuno aveva previsto. Cominciavano ad arrivare le prime certezze e le prime conferme. L’istologico aveva tardato ad arrivare perché si trattava di un tumore raro per la posizione che aveva. Non era mai stato un adenoma, ma era una neoplasia germinale al sistema nervoso centrale. Un tumore che si sviluppa nell’apparato riproduttore e che in me era cresciuto in testa. Nonostante questo, i trattamenti di chemioterapia erano parecchio aggressivi e soprattutto avevo una buona possibilità di guarigione. La cosa era poco consolante perché avevo una paura tremenda di come il mio corpo potesse rigettare qualsiasi tipo di farmaco. Piangevo. Riuscivo a fare solo quello. Con l’aiuto della bravissima psicologa Laura ho cominciato a prendere familiarità con la nuova sfida che mi attendeva nei mesi a seguire. Potevo farcela come potevo non farcela. Tutto stava nella mia testa e in come affrontavo le cure. I dottori erano stati chiari: erano sei mesi di terapie con cinque cicli di chemioterapia e un ciclo di radioterapia alla fine di tutto. Mentre mia madre rifiutava di stare in quel nuovo mondo, io piano piano cercavo di ambientarmi a quella che sarebbe stata la mia vita per il futuro. Iniziai il primo ciclo due giorni dopo, l’otto novembre. Alle nove in punto entrò in camera mia l’infermiera seguita dalla dottoressa con la famosa pompa d’infusione. Ecco che toccava anche a me. Non potevo più scappare. Le lacrime scapparono ancora. Da quel momento tutto dentro di me sarebbe cambiato. Era iniziata la tempesta. Nella mia testa e fuori. Infatti fu la settimana dei violenti nubifragi che devastarono un po’ tutta Italia. Neanche in quei giorni potei contare sul sole. Il mio umore era altalenante, ma nel primo giorno di chemio non mi mancò l’affetto: rimasi tutto il pomeriggio con due miei cari amici e parte della mia famiglia che era venuta a trovarmi. Non potevo chiedere di meglio per affrontare quel momento così difficile. Il primo ciclo durò quattro giorni e finalmente tornai a casa mia dopo due settimane di ospedale. Tutto sommato non avevo avuto grossi problemi e potevo considerarmi soddisfatta di com’era andato. Potevo farcela. Ma novembre era appena iniziato e se guardo indietro nei ricordi è stato per me il mese peggiore. È stato il mese in cui più di una volta ho ceduto, ho pianto. Volevo mollare tutto e lasciarmi andare. Sì, è stato l’unico grande momento di debolezza che ho avuto.

Una settimana dopo la fine del primo ciclo mi dovettero ricoverare d’urgenza per un grave scompenso cardiaco. Passai così altri dieci giorni non previsti al settimo piano. E proprio mentre ero in ospedale, scoccò la terza settimana dall’inizio delle terapie. Da quel momento avrei incominciato a perdere i capelli. E iniziai subito. Non ebbi nemmeno il tempo di abituarmi all’idea. Andai dalla parrucchiera dopo qualche giorno accompagnata da mia mamma e da una mia carissima amica. Quando mi guardai allo specchio, vidi una ragazza con i capelli corti e la testa a chiazze. E mi facevo tremendamente schifo. Ma anche quel nuovo taglio ebbe vita corta. Dopo due giorni arrivò il momento di pensare seriamente a una valida alternativa per coprire la testa pelata. Mi lanciai nella ricerca di una parrucca e grazie alla presenza della migliore amica tutto sembrò meno tragico e difficile. Sembrava che dovessi scegliere l’acconciatura per il carnevale. E meno male che trovai quella adatta a me perché la sera stessa uno zio coraggiosissimo mi rasò. Non avrei potuto sopportare di ritrovarmi gli ultimi capelli sul cuscino. Così decisi di dare il taglio definitivo. Ed ecco che appariva quella nuova immagine di me che mi avrebbe accompagnata nei mesi a seguire. È stato meno traumatico di come me lo aspettassi. Meglio così che a chiazze. Ai dottori e a chi mi circondava dicevo che i capelli erano l’ultima delle mie preoccupazioni. Prima o poi, sarebbero ricresciuti.

Ma quando iniziano a cadere non è poi tanto semplice da affrontare. Mi vedevo brutta e diversa e sapevo che da quel momento tutti mi avrebbero additato come la malata e guardato con disprezzo. Con il passare dei giorni però ho capito che la vera bellezza non stava nell’avere i capelli o meno. La bellezza risiede nell’anima di una persona, nei suoi occhi, nel suo viso. Attorno a me molte ragazze non accettavano la perdita dei capelli, era un trauma troppo duro da sopportare ma prima ti accorgi che ci devi convivere, prima riuscirai a stare bene con te stessa. Chi ci apprezza per come siamo impara a guardarci dentro e dritto negli occhi, fregandosene di quello che è solamente l’involucro esterno.

Il primo momento difficile era stato superato, ma ben presto si presentò un’altra questione spinosa da affrontare. La chemioterapia avrebbe compromesso la mia fertilità e dovevo decidere se preservarla o meno. Ad aiutarmi in questo ci ha pensato un ospedale. Avendo già fatto delle terapie mi rimaneva una sola possibilità: un intervento in laparoscopia per la crioconservazione del tessuto ovarico. La mia voglia di affrontare un altro intervento era pari a zero e a vent’anni di certo non pensi mai al futuro. Fu questa l’occasione che mi fece crescere di colpo, mi portò a una realtà che le mie coetanee non conoscevano. A vent’anni puoi fantasticare di avere dei figli, una famiglia. Provi a immaginare, a trovare i nomi che più ti piacciono, ma non è una cosa che ti tocca da vicino. Ed ecco che dovevo seriamente pensare alla mia vita nel termine di dieci anni e affidarmi a quello che era per il presente solamente un metodo sperimentale. Fu difficile. E l’altro periodo di sconforto non tardò ad arrivare. Lottavo con mille pensieri, mille paure e mille aspettative. Di una cosa sola ero certa. Per quanto nobile fosse adottare, volevo un figlio che fosse mio, che mi assomigliasse, che mi chiamasse “mamma” con la consapevolezza che lo ero davvero. Arrivò dicembre e la neve. Affrontai l’intervento tre giorni prima di Natale. E mai come al giorno del ricovero fui così convinta della mia scelta. Guardando quei bimbi appena nati nutrivo la speranza di poter vivere anche io quel momento. In quell’istante sapevo una sola cosa: se sarà femmina, sarà Vittoria.

Dopo le feste cominciavo a essere più serena e determinata. Il peggio era passato e si poteva tirare un sospiro di sollievo. Il terzo ciclo è stato sicuramente il più devastante di tutti, il mio corpo non l’ha retto bene e per quanto fossi carica volevo di nuovo mollare tutto e farla finita lì ma una volta ripresa l’energia cominciarono ad arrivare le prime belle notizie. La recente risonanza mostrava una netta riduzione del tessuto tumorale e mi venne comunicato il giorno prima del mio ventunesimo compleanno. Non potevo ricevere regalo migliore. Mi aspettavano solo gli ultimi sforzi: avrei dovuto raccogliere le cellule staminali e affrontare gli ultimi due cicli di chemio ad alte dosi. Il ricovero per quello che doveva essere il quarto ciclo arrivò all’inizio di febbraio con una bella nevicata imprevista. Tutto aveva un sapore diverso se potevo osservare la neve scendere dal cielo fuori dalla finestra. E così attesi l’inizio anche di questa terapia, ma ad aspettarmi c’era una sorpresa. Avevo reagito così bene alle cure da spingere i dottori a togliermi un ciclo. Ed ecco che quello si trasformò nell’ultimo ricovero in ospedale. Sarebbe stato il più duro e il più lungo ma era finalmente l’ultimo. Rimasi diciannove giorni, molti dei quali in totale isolamento. I farmaci avevano distrutto tutte le difese immunitarie e con l’auto-trapianto delle staminali le mie cellule sarebbero ricresciute. In quei giorni ho conosciuto la mucosite e il digiuno, ma i dottori rimanevano sempre più sbalorditi da come il mio corpo resisteva bene. Il venticinque febbraio uscii dall’ospedale, consapevole che mi rimaneva da affrontare solo l’ultimo pezzettino di salita, la radioterapia. Ero felice perché il peggio era passato. Il pezzo grosso lo avevo affrontato ed io stavo bene. Ed ecco che tornava il sole, e per la prima volta dall’inizio della malattia riuscivo a passare un mese a casa e a riprendere un po’ di quella che era la mia vita.

Iniziai la radioterapia il tredici aprile e la conclusi, dopo ventotto sedute, il ventuno maggio. Nel frattempo mi ero momentaneamente trasferita a Milano con mia mamma in una casa di accoglienza e tornavo a casa solo il venerdì sera per ripartire il lunedì mattina. Quando pensi che la chemio sia il peggio ti sbagli. Con la radioterapia ho avuto sicuramente più disturbi e il cortisone che prendevo per contrastare eventuali effetti collaterali mi ha portato ad aumentare di peso di ben dieci chili. Questo mi causò parecchi problemi alle ossa e soprattutto alla mia autostima. Tutti i vestiti che mettevo prima erano diventati incredibilmente stretti e non sopportavo l’immagine di me che si rifletteva allo specchio. Ebbi attimi di tristezza e ritornai a chiedermi perché le mie amiche potevano comprarsi dei vestiti belli ed io dovevo accontentarmi di tute larghissime. Piangevo di nascosto ma sapevo in cuor mio che era una cosa irrilevante rispetto a tutto quello che avevo vissuto. Con i miei bei chiletti in più terminai il mio percorso. Il ventuno maggio faceva davvero tanto caldo a Milano e finalmente i momenti sereni e le buone notizie arrivavano con il sole.

Presi qualche giorno per me stessa e poi mi rimisi a studiare per dare qualche esame all’università. Sì, perché ero iscritta al secondo anno di Promozione e Gestione del turismo e non ero riuscita mai a frequentare le lezioni ma non potevo mollare tutto così e da sola e solo con le mie forze, dato che nessuno in questa situazione si è mai degnato di aiutarmi, ho dato tre esami ottenendo dei buonissimi risultati. Molti mi hanno considerato una pazza ma era l’unico modo che avevo per sentirmi normale in mezzo agli altri.

Dopo gli esami universitari ne arrivò uno più importante. A luglio, un anno dopo la comparsa dei primi sintomi. Dopo l’ennesima risonanza il due luglio 2015 mi venne comunicato che ero in remissione ma che avrei dovuto fare un’altra risonanza qualche mese dopo per esserne certi. Non mi sembrava vero, non potevo crederci. Tutto poteva tornale finalmente alla normalità. Niente più ospedali, niente più momenti di sconforto.

Mentre scrivo questa storia è passato un mese da quella bellissima notizia. Ho di nuovo la testa piena di capelli, ho perso qualche chilo e sono di nuovo tranquilla e felice. Sono riuscita a passare qualche giorno al mare e ho ripreso a uscire ma il fantasma del cancro rimane sempre, soprattutto quando giovani guerrieri che lottavano con te non vincono la loro battaglia. Una di queste è la mia prima compagna di stanza. Perché è triste e ingiusto andarsene a quattro anni per una malattia che non hai scelto di avere. Ed è con il suo ricordo che per tutta la vita e finché ne avrò le forze lotterò perché non si smetta mai di fare ricerca e trovare nuove cure sempre più efficaci.

Io sono stata fortunata. Sono arrivata in cima alla salita. Mi sono seduta su una panchina e ora guardo il panorama. Ha una bellezza che non avevo mai notato prima. Ci vorrà un po’ prima di ritrovare le forze e continuare la camminata. Tante volte sono inciampata in qualche sasso, tante volte mi sono fermata, tante volte ho guardato indietro e volevo fare retromarcia, ma io volevo arrivare in cima, volevo vedere cosa si provava, volevo vedere cosa mi aspettava. Ed eccomi qui pronta per una nuova avventura.

Non c’è una spiegazione razionale se ti ammali a vent’anni o quando non sei altro che un bambino. L’unica cosa certa è che non è giusto. Non è giusto che un malato non possa vivere la sua vita come tutti gli altri. Certi reparti in ospedale non dovrebbero esistere come non dovrebbe nemmeno esistere il cancro. Mi sono ritrovata a dover crescere di almeno dieci anni tutto di un botto. Mentre i miei amici potevano divertirsi io ero in ospedale o a casa senza possibilità di uscita, ma non mi sento sfortunata. Ho avuto il privilegio di conoscere la vita e la sua importanza. Prima ero esattamente come molti giovani: sempre insoddisfatta di tutto quello che avevo e di tutto quello che non avevo. Poi arriva il fulmine a ciel sereno che cambia completamente il tuo modo di vedere e pensare. E capisci che le cose importanti e le cose di cui piangere e lamentarsi sono altre. Ho imparato l’importanza delle persone, della loro presenza. Ho imparato l’importanza dei gesti semplici e nascosti. Ho capito che non c’è fortuna più grande che vivere e in salute. Ho sfiorato la morte, ho lottato contro una malattia che può non lasciarti scampo, ma ho visto che il cancro porta con sé tanta vita e tanta speranza. Un sorriso di un bambino riesce a darti la forza e a farti capire che fino a quel momento non sei stato altro che uno stupido a lamentarti di cose banali e irrilevanti.

Molti mi vedono come un esempio ma non mi sento tale. Cerco di far passare attraverso le mie parole un messaggio positivo. Non bisogna mai abbattersi davanti a niente e continuare a riprovarci, a sperare, a cadere e rialzarsi. Sempre con le nostre forze. Il cancro ti cambia. È un qualcosa di negativo che porta con sé tante cose positive. A chi non l’ha vissuto sembra impossibile ma è così. Ho avuto la fortuna d’imparare una lezione sulla vita che nessun altro avrebbe potuto insegnarmi. E ho avuto la fortuna di conoscere dei ragazzi stupendi grazie all’associazione di volontariato Adolescenti e cancro di cui faccio parte. Ho creato dei rapporti molto profondi e mi sono sentita meno sola.

A tutti i ragazzi, alle persone che leggeranno la mia storia e che stanno affrontando questo percorso difficile, posso solo dire di non mollare mai. Bisogna trovare sempre la forza e la voglia di essere positivi perché la metà della cura la facciamo noi. Un corpo rilassato e felice guarisce meglio e più in fretta di chi si abbatte. E anche se non resta più niente, non dobbiamo dimenticarci di vivere, perché ci hanno dato una sola possibilità e dobbiamo sfruttarla al meglio. La vita è una sola e va vissuta appieno. Non serve a niente piangersi addosso, sprecheremmo quello che è del tempo prezioso che potremmo impiegare per fare cose molto più importanti e gratificanti per noi. Ed è così che c’è sole, pioggia, neve e tempesta ma poi c’è pure l’arcobaleno. Basta ricordarsi di alzare gli occhi al cielo.

Fanno parte di questa storia anche altre persone di cui non ho parlato nello specifico e che non smetterò mai di ringraziare abbastanza per essermi state vicine nel momento del bisogno. A loro devo tutto. Sono tutta quanta la mia famiglia, mia mamma in particolare che è stata in ospedale con me settimane intere. I miei amici e in particolare Chiara, Ilaria, Denisa, Nicolò, Federica, Beatrice. Nicholas con la sua presenza ad alternanza. Mia cugina Alessia, che tutti i giorni veniva in ospedale a trovarmi e mi distraeva. Le rispettive famiglie di chi ho citato per i mille messaggi di supporto. Tutti i conoscenti e non per le mille preghiere che mi hanno rivolto. Ringrazio anche Carolina che condivide con me quest’esperienza e che un bel giorno mi ha trovata su Facebook. Da quando è entrata nella mia vita, non c’è stato un giorno in cui lei non sia stata presente per ascoltarmi e parlare di qualsiasi argomento.

Ma un grande grazie va ai dottori che mi hanno concesso di vivere ancora. Se ho potuto scrivere questa storia è solo grazie a loro.

E sole, pioggia, neve tempesta


sulla valigia e nella tua testa


e gambe per andare


e bocca per baciare


sole, pioggia, neve, tempesta


sui tuoi capelli, su quello che hai visto


e braccia per tenere e fianchi per ballare…

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