Giulia

fotogiuliaPer raccontare la mia storia devo risalire ad una notte di due anni fa: quella degli attentati di Parigi. Era il 13 novembre del 2015, ed io avevo 16 anni. Avevo ricominciato da poche settimane a frequentare un corso di nuoto, e, anche se un fastidioso prurito alle gambe mi costringeva a mostrare a tutta la piscina due polpacci pieni di piccole crosticine, mi sentivo in splendida forma. Quella sera ero per l’appunto tornata a casa da poco da una lezione. In concomitanza con la 1ª esplosione davanti al ristorante Events nei pressi dell’ingresso D dello Stade de France, mi sono passata una mano sul collo notando un leggero rigonfiamento all’altezza della clavicola sinistra. Ricordo che la prima cosa che ho pensato è stata “appena due mesi di nuoto mi hanno irrobustita così tanto ?!”. Ricordo anche il terrore che ho provato quando ho tastato la base della clavicola destra, accorgendomi che lì, invece, non c’era nessun rigonfiamento. Durante la 1ª sparatoria nei pressi dei due ristoranti Le Carillon, su Rue Alibert e Le Petit Cambodge, su Rue Bichat, scrivevo a mia madre (medico), che in quel momento si trovava ad un congresso di lavoro a Verona, per comunicarle che c’era qualcosa di strano nel mio collo. Mentre un gruppo di terroristi irrompeva nel teatro Bataclan, durante il concerto degli Eagles of Death Metal, sparando indiscriminatamente sulla folla, mia madre mi rispondeva “non preoccuparti, i linfonodi sul collo si gonfiano anche per motivi sciocchi. Accendi la tv, stanno facendo un attentato a Parigi!”. Il 12 gennaio, dopo due mesi, un’ecografia, analisi del sangue, una tac, una PET, ed una biopsia, mia madre tornò a casa dopo aver parlato con l’anatomopatologo che aveva analizzato il mio linfonodo. “Hai un linfoma.” A distanza di due anni rimango ancora molto colpita all’idea che uno passa una vita intera a pianificare, lavorare, viaggiare, divertirsi, sognare .. e poi sono sufficienti tre parole per abbattere l’esistenza che si è costruito con tanta fatica. Quelle tre parole hanno disintegrato la realtà materiale e spirituale in cui vivevo. Quelle tre parole mi hanno dissuasa dalla convinzione –purtroppo molto diffusa- che la morte sopraggiunga soltanto quando si è raggiunta una certa età. Invece la morte aveva deciso di venire a farmi un saluto in anticipo; stava a me urlarle in faccia che non avrebbe potuto avermi. Dopo aver fatto il congelamento degli ovociti- in seguito ad un periodo di stimolazione ormonale con delle sottocutanee che a me sembrò veramente interminabile, nonché discretamente doloroso- a febbraio ho iniziato la chemioterapia. E’ stata una difficile prova di forza; lei mi voleva buttare giù, io, dopo aver passato una settimana a letto a vomitare, completamente sua schiava, mi alzavo e uscivo a respirare aria fresca e pulita. La mia “personcina speciale” è stata al mio fianco ogni singolo momento in questa durissima battaglia, alleato e compagno fedele. Finita la chemio, l’estate venne il turno della radio, durante la quale ho perso gli ultimi peletti che mi erano rimasti sul viso. Alla fine ero stanca, magra, calva, ma ero sopravvissuta. Non ho mai smesso del tutto di interrogarmi sul motivo per cui mi sono ammalata proprio io, proprio a quell’età. Non ho mai smesso di chiedermi se l’esperienza che ho vissuto sia stata una qualche esortazione del destino -o del caso- a impegnarmi perché un giorno o l’altro si possa arrivare a dire “pensa te che una volta di cancro si moriva!”. Senz’altro però una lezione l’ho imparata. Anzi due. La prima è che è proprio vero che è il vissuto, e non le candeline sulla torta, a fare gli anni. E questo da una parte è bello, dall’altra ti fa sentire incredibilmente solo in mezzo ai tuoi coetanei. La seconda è che le candeline sulla torta non sono significative nemmeno per stabilire quanto ti resta da vivere. Che ci piaccia o no, siamo tutti a un tiro di schioppo dalla morte, ogni giorno. Quindi, così come non c’è un momento per morire, non ce n’è nemmeno uno per vivere. Bisogna vivere al massimo ogni istante della propria permanenza sulla terra. Perché non possiamo decidere quanto vivere ma possiamo decidere come. Ed è quello che conta; la qualità, non la quantità.

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