Annarita

Era finalmente arrivato il tanto atteso 2000.

Il nuovo millennio ad Alessandria, la mia città, sarebbe stato salutato con un grande concerto di Antonella Ruggiero, ma io sedicenne avevo espresso la volontà di passare il Capodanno a Roma con gli amici, una toccata e fuga in treno, nella capitale per la prima volta nella mia vita.

I miei genitori non avevano accolto di buon grado la mia richiesta, da sola con gli amici no, non erano dell’idea, “Veniamo anche noi” avevano detto stupendomi piacevolmente.

Il viaggio e il pernottamento con mamma e papà e la “dolce vita” romana con gli amici. Mi sembrava ottimo. Il vecchio millennio sembrava terminare bene e il nuovo aveva i propositi per un buon inizio.

Era uscito da poco “Valvonauta” dei Verdena e io lo ascoltavo a ripetizione chiusa nella mia stanza al sesto piano di un palazzo di periferia, sempre sui libri di scuola divisa tra fame di conoscenza e ansia da prestazione. Recitavo i paradigmi di greco a voce alta e guardavo la fitta nebbia grigia fuori dalla finestra.

Mi piaceva il nero, vestirmi di nero, Brian Molko dei Placebo e i suoi capelli neri.

Un giorno di febbraio decido insieme a mia madre di chiedere alla mia parrucchiera di tingermi i capelli di nero corvino, nero numero uno sulla tabella dei colori. Era pomeriggio e io avevo una piega perfetta e i capelli di un colore nuovo.

Mancava poco alla cena, seduta al tavolo della cucina al posto di mio padre, via perennemente per lavoro, mi sfioro il collo con la mano destra e sento un rigonfiamento sopra alla clavicola sinistra. Era una palla dura ed estesa.

Per prima cosa ho pensato fosse una reazione allergica alla tinta fatta nel pomeriggio, lo dico a mia madre e andiamo al pronto soccorso dell’ospedale infantile per una visita. Una volta lì, mi fanno spogliare nuda e mi fanno indossare un camice, mi visitano e concludono dicendomi di prendere un Aulin. Stop. Un Aulin.

Lo bevo, vado a scuola, studio, rido, indosso sempre una sciarpa e dico a tutti che ho una “ciste” sul collo e ne rido.

Vado anche in settimana bianca con la scuola, faccio le fototessere per la palestra, il tutto con la mia ciste che non se ne va. Mia mamma mi porta dal nostro medico; la dottoressa mi visita, mi tocca il collo e mi prescrive esami del sangue specifici da fare nell’immediato. Dopo un po’ di anni mi dirà che aveva capito subito di cosa si trattava.

Gli esiti degli esami non mentono: Linfoma di Hodgkin. Silenzio. E quindi? Io stavo bene, nessun sintomo.

Cominciano i pellegrinaggi nel reparto di Ematologia all’Ospedale Civile di Alessandria dove ci confermano la diagnosi, una mattina di marzo del 2000, anno bisestile.

Io e mia mamma, sempre noi, timide nel guardarci negli occhi. Ora lo deve dire a mio padre, che vive e lavora a Milano, lo chiama, intanto io studio e inizio a fare finta di niente, come avrei fatto per il tutto il corso della malattia, atteggiamento che prenderà poi il nome di “autodifesa” nelle lunghe sedute psicoterapeutiche degli anni a venire.

La mattina dopo mio padre ha un incidente in auto andando a lavoro, non gli danno la precedenza e si schianta contro il guardrail della tangenziale che da Corsico porta a Milano. Silenzio. Mio padre viene ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano con trauma cranico e frattura di tibia e perone.

Ha inizio così quello che è stato definito per anni il nostro Calvario.

L’8 marzo, festa delle donne, mi operano e mi fanno la biopsia, rimango pochi giorni in ospedale, vengono a trovarmi amici e compagni di scuola, mio fratello, le nonne adorate e i parenti. Mio padre, anche lui ricoverato, mi telefona sul cellulare comprato da poco e mi chiede come si sta in albergo. Non scherza, pensa davvero io sia in albergo, gli rimuoveranno poi un ematoma, causato dall’incidente, che gli comprimeva il cervello, che gli dava quella parvenza di fuori di testa e che gli faceva dire cose inconsuete.

Un mercoledì sì e uno no vado in Ematologia, mi fanno gli esami del sangue e se tutto è ok mi concedono la chemioterapia, sei ore di flebo, sei ore di veleno che mi farà guarire, ma che mi brucia le vene e mi provoca vomito, nausea, febbre a 40, emicrania, stanchezza cronica, malessere.

Quel malessere che mi durerà per anni e anni e che mi permetterà di sminuire qualsiasi tipo di altro dolore fisico che abbia voluto intaccarmi.

Per mesi la mia routine è questa: analisi, chemio, tac, ma anche scuola, amici, cinema, caffè al bar. Una vita divisa a metà tra la malattia e la quotidianità di prima, concedendomi poche attenzioni e poche accortezze.

Ero a scuola e perdevo i capelli sul banco e sotto al banco. Ero casa, studiavo e ammucchiavo i capelli di fianco ai libri, per non sporcare per terra, mentre mi permettevo qualche pausa tv con “Help” di Red Ronnie su TMC2.

Il tempo passava e io stavo davvero guarendo, nessuna particolare complicazione. Alla chemio è seguita la radioterapia, a 17 anni posso dire di aver fatto il mio primo tatuaggio: un puntino in mezzo al torace utile a posizionarmi per ricevere la terapia.

Guardo il mio corpo e mi parla e come dirò anni dopo “Segni indelebili sono la mia genesi”, citando una canzone dei Casino Royale. Purtroppo o per fortuna ho imparato ad ascoltarlo tanti anni dopo, grazie all’aiuto esterno e a un grande lavoro di autoanalisi, faticoso ma fruttuoso.

Ho iniziato a capire tanti anni dopo cosa davvero mi era capitato quando ero una ragazzina, quando da poco stavo scoprendo il mondo fuori e forse anche dentro. Pensieri spaventosi si sono manifestati con violenza e ho dovuto fare i conti con paure e disagi più grandi di me non sapendo chi fossi davvero, abituata a non ascoltarmi.

Ho scelto poi studi sbagliati, mossa da un desiderio di competizione e dal voler dimostrare al mondo di essere qualcosa che ho poi scoperto non essere. Ho terminato l’università di Economia che è stato un errore fin da subito. Ho trovato lavoro come impiegata, ero promettente, secondo i capi, ma non secondo me. Ho capito dopo di voler stare vicino a chi ha un disagio, come l’ho avuto io e come ogni tanto l’ho ancora.

Ho cercato su internet “Linfoma di Hodgkin”, ho letto ma non ho capito. Forse non riuscirò mai a capire.

Mi sono iscritta all’Associazione AIL e sono diventata volontaria. Mi sono iscritta alla Croce Rossa e ho iniziato col volontariato in casa di riposo e nella ludoteca dell’ospedale infantile. Ho deciso poi che volevo conoscere un’altra realtà per poter dare il mio contributo e sono andata in Africa. Un viaggio bellissimo, volontariato puro e uno scambio che è stato fondamentale per la mia rigenerazione.

Ho lavorato sei anni alla Fiat, viaggiando ogni giorno da Alessandria a Torino, passavo le ore in ufficio chiedendomi cosa nella mia vita avrei potuto fare per gli altri e in che modo. Ho mollato la Fiat, un anno fa e ho iniziato il Corso per Operatrice Socio Sanitaria offerto dalla Regione Piemonte fregandomene dei pareri negativi. Ho ottenuto l’attestato a luglio scorso ed è stata la scelta migliore che potessi fare: finalmente comincio ad intravedermi.

Lavoro in una casa famiglia per disabili, da agosto, questo mi riempie ogni giorno e ringrazio mamma in primis e i medici, ma forse anche un po’ me stessa, di tutto ciò.

Ah, mi sono iscritta a Scienze dell’educazione per ottenere, una volta terminati gli studi, il doppio ruolo di OSS ed educatrice perché educare è fondamentale, educare alla malattia, educare al sostegno del prossimo, educare al benessere, al bello della vita ed educare a cosa ti può capitare in questa vita.

Non so se sarà una nuova università a insegnarmi qualcosa di nuovo, ma nel corso di questi 33 anni penso di aver imparato molto, più di quanto avrei mai immaginato quando ero una bambina, prima dello spartiacque tra il prima e il dopo.

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